Al figlio nella Piccola Caffetteria (Pietro Nardella-Dellova)

Al figlio nella Piccola Caffetteria (Pietro Nardella-Dellova)

 

Il giorno seguente, arrivammo molto presto nei dintorni della Provincia di Napoli, vicinissimi al nostro antico Quartiere Ebraico e alla vecchia Sinagoga Scuola (Ah, la Sinagoga Scuola!). Entrammo, e mio figlio guardava quelle costruzioni antiche, altre moderne, con i fiori alle finestre illuminate dal sole del mattino. C’era già un po’ di movimento per le strade e lui rimase con gli occhi sgranati per essere arrivato lì. Lasciammo, allora, l’auto in un certo posto e ci mettemmo a camminare lungo il Corso Appio Claudio e Piazza della Repubblica. Mio figlio guardava tutto intorno, quei terrazzi con i panni appesi in alto, simili a cantine a cielo aperto; quando attraversammo Via Giambattista Vico, mio figlio si fermò, commosso, e mi disse:

 — Babbino, sto sentendo lo stesso profumo del nonno in questo posto — che nostalgia!

Lo abbracciai senza dire nulla, e andammo in un bar, vicino al Castello Baronale, poiché quel momento esigeva un altro caffè nella Piccola Caffetteria**,** e ai tavolini sul marciapiede, lasciando il fragile sole sui nostri volti, siccome faceva molto freddo, ordinammo il nostro macchiato.

Mio figlio era di espressione aperta: se era contrariato, lo si vedeva in viso; quando era allegro, i suoi occhi verdi brillavano, la sua pelle si illuminava e il sorriso gli si stampava in volto! Aveva gli occhi vividi, il viso illuminato, il sorriso marcatamente impresso e il suo caffè in mano, mentre mi guardava profondamente e intonava ‘O Paese d’ ‘o Sole. Posai il mio caffè sul tavolo e misi la mano sulla sua spalla:

— Ecco figlio, dai semi che abbiamo piantato, ho ricevuto fiori, alberi e frutti! Però, la gioia più grande è averli piantati, perché la vita appartiene alla semplicità e vale più, ben più, dell’esistenza. La vita è Poesia e musica, cammino, incontro, pianure, aria. L’esistenza è poema e rumore, strada, distanza, labirinto, gas soffocanti. E la violenza commessa contro un essere, qualunque essere, è commessa contro tutti e contro l’Eterno!

L’amore è davvero seminare atti di bontà! La saggezza è non chiamarli mai semi! E il cuore è l’universo dove la vita è privilegiata con Shalom. Lì non ci sono grida, morti, violazioni — soltanto musica, serenità, lealtà, affetto, delicatezza! Se io fallisco, figlio, non importa. Fa’ del tuo cuore un luogo di terra buona e lascia che vi siano fiori, di tutti quelli che si possono trovare, dai vari profumi e colori. Ma non morire tra di essi! Fa’ cammini delineati, con pietre che durino, e spargi molti cartelli — cartelli grandi, immensi, espressivi, in ogni angolo:

QUI NON SI UCCIDE!

Cammini larghi per le persone, perché, dopotutto, un giardino non esiste senza persone. E non contrariarti se creano passaggi tra i fiori, di sola terra battuta, per andare, venire, ed essere, perché questa è la vita dell’essere umano, aprire passaggi — ma non distruggere il giardino. Non volere più di questo! Le farfalle e gli angeli spettano all’Eterno.

Trasforma la vita in una casa, ma non usare materiale usa e getta. Deve durare e generare nostalgia, lasciare ricordi, mettere radici profonde e dare frutti. Apri finestre in tutte le direzioni ed ergi un tetto alto, che segua l’andamento del tetto, al fine di avere abbastanza aria e musica diffusa come unzione e benedizione umane.

Nella casa, figlio, tieni poche Cose — più persone. Nessun affare e molti incontri. Tra le Cose, preferisci quelle semplici, rustiche e durature. Tra le persone, quelle pienamente umane. E, tra di esse, le donne, specialmente quelle che profumano di Poesia e possano essere chiamate “benedizione di Dio”, poiché i loro sensi sono sviluppati più che negli altri esseri, il loro profumo è più gradevole e, quando aprono la bocca, conducono i poeti verso tutti i mondi.

Non dimenticare il caffè: è vitale. Preparato, mai da domestiche, in filtri di tela; e servito, mai agli affannati, in tazzine di ferro smaltato. Tutto deve essere lungamente vissuto e visto, odorato, degustato, ascoltato, parlato e compreso — mai domani! Per questo, la tua casa deve essere l’incontro di persone buone, cuore e musica, molta musica! E Poesia, molta Poesia!

Lascia fuori colui che cosifica e fa del mondo un manicomio, della foresta un deserto, del fiume una fogna chimica, dell’umano uno schiavo, di un Rabbino un idolo, dei luoghi sacri un mercato. Lascia fuori chi calpesta le formiche, chi pesca per sport, chi tiene il cane alla catena e non gli toglie le zecche, chi spara agli uccelli; soprattutto, coloro che uccidono i piccoli uccelli o li esibiscono in gabbia — con costoro neanche il saluto! Lascia fuori chi maledice i bambini (soprattutto nel grembo), disprezza gli anziani (compresi quelli nei ricoveri) e si definisce generazione spontanea.

Lascia fuori chi ama l’hamburger e il necrofago — che fotografa e filma troppo, incessantemente e disperatamente; colui che si mette a tavola come davanti al trogolo; chi ama le maldicenze e il lashon hara; chi ama il cellulare e le notti su Internet; chi ama le auto e il denaro; il necrofilo che ama i video porno e, soprattutto, i pedofili, anche virtuali.

Anzi, lascia fuori chi ama qualunque cosa e disprezza l’umano e l’Eterno; soprattutto l’incubo oppressore, pregiudizievole, prepotente, corporativista, usuraio, banchiere, latifondista, trafficante, legalista, pedofilo, sadico, mercenario, imperialista, nazista, fascista, antisemita, terrorista, torturatore, carnefice (e ogni vampiro e parassita); e, ancora, il succubo codardo, invidioso, voyeur, masochista, fanatico, razzista (nero o bianco), monarchico, repubblicano caffellatte, populista, militarista, antietico, traditore che abbraccia e ride quel riso odontoiatrico, senza ragione, e non guarda negli occhi. Il bugiardo, l’oligarca, il demagogo, il parlamentare vile e ogni parassita e feccia dell’umanità.

E lascia fuori, anche, colui, con o senza anello — angosciato, che spia e ama parlare (bene o male) della vita altrui, sia in un matrimonio, in una riunione scuola-famiglia, a una laurea, a una grigliata, a un incontro elettorale, di beneficenza o orgiastico, a un compleanno, per la festa della mamma, la festa del papà, a Natale, a Capodanno, a una riunione pedagogica o a un funerale; che sia dal parrucchiere o in Parlamento, in sinagoga, in moschea, in tempio, in un terreiro, in una SPA, in clinica o in palestra, in condominio o in baraccopoli, in aereo, in autobus, in ascensore, sulle scale, sul portone, alla porta o alla finestra, nei corridoi e nelle sale d’attesa, al mercato o a scuola, in osteria, al club, nelle telenovele, in TV, nei giornali, nelle riviste, su Internet o in un ordine segreto (e ogni maldicente in qualunque vicolo buio e soffocante della società).

Lascia fuori, anche, chi ama i fiori — e altre cose indicibili — di plastica, i diplomi appesi, le relazioni solitarie, artificiali, virtuali e via telefono; chi succhia il tempo altrui, la vita altrui, principalmente dei propri familiari; chi non paga gli alimenti e chi trasforma una donna bella in un ninnolo, in un trofeo, in una schiava o in uno zombie. Perché costoro parlano della donna come di una cosa o di un essere inferiore — ah, figlio, questo é il peggiore! È così imbecille e inutile che non crede all’amore di pupille, labbra, pane e ombelico; non crede alla Poesia, alla musica, al sudore, all’intimità e alla comunione! E non sa né crede che vi siano molteplici voli femminili. Per lui — che sbarra la cantina — il vino è per affari, ostentazione e vanità, e non per ungere l’ombelico e la bocca di una donna. Costui non ha mai letto una sola riga del Canto dei Cantici né sa nulla della Creazione e, meno ancora, della Creazione!

Allora, apri la tua casa a poeti, musicisti e donne-Poesia. Uomini, solo quelli di carattere umano, moderati nella Torah e nei Nevi’im, perché la luce è (e verrà con loro) e non creeranno ostacoli alla tua crescita davanti all’Eterno. Hai capito? Però, non essere impietoso; abbi misericordia di colui che ignora il cielo, la terra, the mare, l’inferno e il paradiso; che non ha mai perso il sonno, né contato le stelle, né si è fermato davanti alla luna, né si è abbandonato alla brezza; che non ha mai visto angeli e demoni, non ha mai guardato il vuoto, né ha riso per nulla, né ha pianto per nulla, né ha imprecato per nulla; che non ha mai visto una casetta in campagna vuota e abbandonata, né ha portato le mani alla bocca davanti a un letto e a uno specchio antichi; che non ha mai posseduto ali d’arcangelo o d’insetto per volare sopra gli oceani né ha voluto scalare alcuna montagna. Costui ignora la materia di cui l’anima è formata. Misericordia, figlio! È insipido perché non ha ancora amato né è stato amato!

Va bene, figlio mio, va bene, non è tutto! Per adesso riposa, e quando sarai davanti all’Eterno, copriti con il tuo Tallit e la tua Kippah. E quando sarai con la tua famiglia, metti sulla tua tavola il pane fatto in casa. Spezzalo con le mani, le stesse che toccano la Mezuzah — mai con il coltello. Il pane puro, senza le ingiustizie! Il pane senza la libertà altrui, né la fame, la carie o la privazione altrui, né la nudità o la dignità altrui, né l’oppressione sull’altrui persona, né la tristezza o il dolore altrui. Il pane senza il corpo, l’anima, lo spirito e gli affetti altrui, né il sangue o la vita altrui. La tavola deve essere semplice. Il tuo pane, sudato. E le tue mani, figlio, giuste!

 Pietro Nardella-Dellova, Al Figlio nella Piccola Caffetteria,

in A Morte do Poeta nos Penhascos e Outros Monólogos. São Paulo: Editora Scortecci, 2009, p. 35

Eu sou assim (2)

Nas encostas secas do norte de Israel cresce uma flor que, como eu, quase nada tem para oferecer ao mundo. Chamam-na íris negra. É escura como o veludo gasto de uma túnica antiga, um roxo tão fundo que a luz desiste de atravessá-lo e apenas o toca por fora. Sento-me perto dela nas manhãs de fim de inverno e converso comigo mesmo, porque ela talvez seja a única criatura que compreende aquilo que sou.

A íris não guarda néctar. Não oferece açúcar, nem perfume que embriague, nem a promessa de fartura que as outras flores usam para chamar quem passa. Quem se aproxima dela faminto parte faminto. Ela aprendeu, ao longo de milhares de estações, que nada tem para dar senão o próprio corpo escuro, e que esse corpo escuro sabe fazer uma coisa apenas, guardar calor. Quando o sol se põe atrás das colinas e o frio desce das montanhas como uma água invisível, uma pequena abelha sem colmeia, sem irmãs, procura onde passar a noite. Encontra na garganta da íris um abrigo morno, porque as pétalas beberam o sol do dia inteiro e o devolvem devagar à criatura adormecida, enquanto as estrelas giram lá em cima sobre o silêncio da encosta. É tudo o que a flor possui. Abrigo. E eu, que atravessei tantos países e tantos nomes, descubro que também não tenho mais do que isso a oferecer a quem se aproxima. Não a riqueza que esperam de mim, não o mel que vêm buscar, apenas um lugar morno onde alguém cansado possa dormir uma noite sem morrer de frio.

Levei quase uma vida inteira para não me envergonhar disso. Houve um tempo em que eu queria ser o rio caudaloso que alimenta os campos, o pomar carregado de frutos, a fonte de onde todos bebem. Queria ser necessário, queria ser visto. Mas o rio não escolheu ser rio, nem a íris escolheu ser íris, e talvez a única sabedoria que me reste seja aceitar a medida exata daquilo que sou. Sou a flor escura da encosta. Dou pouco, e dou por inteiro o pouco que tenho.

Há ainda outra coisa que a íris me ensina, e é a mais difícil de todas. Durante quase o ano inteiro ela não existe. Terminada a breve primavera, as pétalas caem, a haste seca, e a planta desce para dentro da terra, recolhida num bulbo que ninguém vê. Meses e meses de invisibilidade. Quem cruza a encosta no calor do verão jamais imagina que ali embaixo, na escuridão morna do solo, uma vida espera em silêncio a hora de subir outra vez à luz. A íris não morreu. Apenas desapareceu dos olhos do mundo, e o mundo, que só ama aquilo que consegue ver, tratou de esquecê-la.

Assim me sinto diante da minha própria família. Não me perderam, não me expulsaram, não houve crueldade nem gesto brusco. Simplesmente deixei de estar visível. Desci para dentro de uma terra que eles não enxergam, um país distante, uma língua que não é a deles, uma vida feita de palavras que escrevo sozinho ao amanhecer. Existo, respiro, floresço à minha maneira em outra estação, mas para eles é como se eu tivesse me recolhido ao bulbo e o silêncio se fechasse por cima. Às vezes me pergunto se ainda pensam em mim, ou se, como fazem com a flor sob a terra, apenas presumem que eu voltarei quando for a época, sem perceber que ninguém garante a próxima primavera.

A solidão, descobri com os anos, não é a falta de gente ao redor. Um homem pode viver cercado de vozes e continuar sendo o bulbo enterrado, uma vida inteira presumida e nunca olhada. Ela mora na distância entre aquilo que sou por dentro e o tão pouco que os outros conseguem ver por fora. E no entanto já não sinto a amargura de antes. A íris não amaldiçoa o inverno que a apaga. Ela desce, espera, e quando chega a sua hora abre de uma só vez toda a sua escuridão diante do céu, sem pedir licença, sem esperar plateia, florescendo pela pura necessidade de florescer.

Talvez seja isso o que ainda me falta aprender com ela. Já não a esperança de ser enfim notado, pois essa me custou caro demais. Resta a coragem de florescer no escuro, breve e por inteiro, oferecendo o único bem que possuo, um pouco de calor guardado ao longo dos dias frios, para que alguma criatura solitária, tão perdida quanto eu na vastidão da encosta, encontre onde passar a noite e não morra sozinha antes que o sol volte.

E se um dia me perguntarem o que fiz da minha vida, direi que não fui rio, nem pomar, nem fonte. Fui a íris negra do norte de Israel. Não durei muito e quase nada possuía. Mas o pouco que tinha, dei sem reservas, e enquanto durou foi tudo.

Os Femininos, no Filme Vicky Cristina Barcelona, de Wood Allen

Os Femininos, no Filme Vicky Cristina Barcelona, de Wood Allen

Vicky Cristina Barcelona é um filme de desenho poético e substância humana próprios de Woody Allen, seu diretor. Nele, a voz masculina vai soltando o fio narrativo como o de Ariadne, querendo manter o controle ou simplesmente não ser devorado pelo universo feminino, que se impõe com personagens vívidas, vigorosas e intensas, especialmente, as de Maria Elena (Penélope Cruz), Vicky (Rebecca Hall) e Cristina (Scarlett Johansson).

 

Por outro lado, as figuras masculinas são caracterizadas em quatro sentidos. A de Juan Antonio (Javier Bardem), como pintor que depende da inspiração e presença da ex-mulher e de movimentos externos; a de maridos, cujo foco de assuntos gira em torno das futilidades cotidianas das mentes americanizadas e cocacolizadas, criando-lhes um comportamento insensível e impermeável; a de um velho (o pai de Juan) cujos textos servem apenas para demonstrar seu ódio pelo mundo e, lógico, a “voz” que verbaliza as relações como em um confessionário.

 

Assim, o homem ou o masculino, aparece apenas como alguém que diz, verbaliza, como no caso do convite de Juan Antonio ou do isolamento de seu pai. E as outras personagens masculinas despontam no filme como quem oferece um discurso vazio do mercado (computers, casas, viagens, dinheiro, instituições). Mas, é a presença e ações femininas que determinam a vida das relações.

 

Nas personagens Maria Elena, Vicky e Cristina, Allen aponta para o melhor da tradição semítica, renovando a roupagem dos três perfis femininos: Lilith, Havá e Miriam, ou seja, a mulher em uma humanidade anterior, a mulher mítica de Adam e a irmã de Moshè (Moisés), que o salva nas águas egípcias.

 

Mas, ainda no nome de Maria Elena, Allen dá as chaves do mundo helênico, inicialmente, para a figura de Helena (a bela mulher responsável pela Guerra de Tróia) e, assim, como a personagem Maria Elena, influenciando uma nova ordem de relações e descobertas, e abrindo caminho para uma compreensão dos perfis femininos. E é da Mitologia grega que Allen atualiza para suas três personagens, os perfis das Cáritas (as três graças). Aglaia, Eufrosina e Tália (claridade/esplendor, alegria/júbilo e Poesia/flores). Assim, as personagens se revestem do semítico e do grego. Maria Elena/Lilith/Aglaia, Vicky/Havá/Eufrosina e Cristina/Miriam/Tália.

 

Maria Elena é o fogo abrasador e inspirador. A loucura apaixonante de um homem, Juan, dependente dela em todos os sentidos. Ela pinta e cria, mas não há sofrimento em sua arte que, sob os pés, vai se colorindo e plenificando.

 

A obra, neste sentido, é ela, e não a tela! Maravilhosamente senhora de si, como Lilith ao partir, deixa um homem que vai encontrar nos braços perfumosos de Cristina o conforto tolerante de uma mulher que busca algo além dos padrões americanos ou machistas.

 

Cristina procura em Juan, em sua pintura e em sua provocação, o sentido de sua vida, a Poesia e a música, e ele a leva para sua casa, para seu mundo e para suas telas. Mas, o sentido que Cristina procura, ela encontra apenas quando Maria Elena retorna, de modo dramático e único.

 

É com ela, Maria Elena, Aglaia dos encantamentos e claridade, que Cristina aprende a olhar o mundo externo humano ou não. É com ela que aprende a fotografar e, na aparente escuridão do trabalho fotográfico, ela encontra o talhe perfeito, sensual, intenso e poético de Maria Elena, a quem passa a fotografar, vale dizer, a quem passa a ver, enxergar e observar, e com quem passa a se relacionar, como notas e pentagrama, de modo afetivo. Em Maria Elena ela aprende a ver sua própria feminilidade, a alegria, o mundo externo e o exercício da afetividade.

 

Ao lado de Maria Elena, ela se descobre Miriam em música, com cânticos de quem ultrapassa o Mar de Juncos e em Poesia e flores de Tália. Mas, recusa a condição de uma vida aprisionada no triângulo lúdico. Finalmente, descobrindo-se a si mesma, por intermédio de Maria Elena, ela consegue se superar, decidir, questionar como Miriam, e superar a presença de Maria Elena, essa Lilith espanhola.

 

Em outro sentido, sua amiga Vicky, provocada, como o foi Havá, à descoberta amorosa pelo mesmo Juan, recusa o encontro com a recusa de quem não quer recusar. Com as dúvidas de quem encontra dois mundos antagônicos: o de seu (talvez) casamento com a figura amarelada do seu noivo e o mergulho em um mundo de amores e afeição, sem institutos ou regras.

 

E quando a flecha de Eros a atinge, a despeito de sua visão quadrificada. Ela cede, como Eva e Eufrosina, com alegria e júbilo, ao amor e à ternura da experiência do encontro de si mesma, entre os arbustos de algum jardim edênico de Espanha.

 

© Pietro Nardella-Dellova, O Feminino, no Filme Vicky Cristina Barcelona, de Wood Allen in A Morte do Poeta nos Penhascos e Outros Monólogos. São Paulo: Editora Scortecci, 2009, pp. 94-98.

Rav Giam – HaZaken, e a Caneca d’água: aos pés e nas asas de um Mestre para a vida

Rav Giam – HaZaken, e a Caneca d’água: aos pés e nas asas de um Mestre para a vida

HaZaken e a Caneca d’água

Após a retomada de fôlego, lembrei-me das visitas que recebi na noite anterior, à margem do Tirreno. Há pessoas que me legaram bênçãos e alegria, força e lucidez para caminhar constante, sem detrimento de mim mesmo. Ao deixar a Sinagoga do Quartiere Ebraico, fui à torneira de água bem no meio daquele pátio beber um pouco e me refrescar e, ao ver aquela água jorrando, tão clara e natural, recordei-me, com afeto e respeito, do Rav Giam, HaZaken que, havia alguns anos, ensinou-me muitas coisas sobre a vida e sobre D’us.

Rav Giam foi um bom homem com profundo apreço pela vida e pelas pequenas criaturas da natureza…

Lembrei-me de folhagens viçosas, arbustos verdejantes e árvores imponentes: o limoeiro, a figueira, a palmeira, o cafeeiro, a amoreira, o bambual, a bananeira, a goiabeira, a laranjeira.

E as flores perfumosas do seu jardim, entrecortado por passagens, bancos e muretas de paralelepípedos – tudo plantado e feito pelo seu coração!

Caminhei tantas vezes, na minha última infância e primeira juventude, de um lado para o outro, preso à sua mão, pulando o caminho das formigas, emudecendo-me, atônito, diante dos beija-flores. E descobrindo, a cada canto, a santidade do mundo das larvas, casulos e borboletas, a sabedoria das aranhas coloridas, no alto das árvores, o calor dos ninhos de passarinhos e a vida em sementes explodindo ao vento.

Naquele tempo, convidava-me a estar diante do poço e beber uma canecada de água fresca, e me orientava, também, a ver tudo ao redor porque o poço no rancho daquele bom Mestre era o centro de tudo, mostrando como a natureza e o homem são o corpo e a alma da Terra.

E os olhos iluminados pela bondade podem encontrar Poesia e música puras, e harmonia, e afeto, e respeito pela vida.

Jamais me esquecerei daquela ponte que ele fez entre uma árvore e outra com um galho ressequido para que as formigas pudessem passar pelo alto, protegidas!

E com aquela caneca à mão, meio que derramando água fresca, descobri, para sempre, que estes são os milagres mais próximos da manifestação de D’us!

Então, entendi por que ele se comovia com os cães enxotados, sarnentos e famintos nas calçadas, e os tomava nos braços sarando suas feridas com carinho, banhando-os e alimentando-os, dando-lhes nomes: Zé, Caçula, Preta, Marrom. E, dava-lhes, sobretudo, a amizade e a proteção de sua casa.

Entendi, também, por que arrebanhava das ruas para a pequena varanda tantos gatos quantos podia salvar do veneno da vizinhança. E por que alimentava centenas de pombos, recebendo-os na palma da mão, medicando asas e pés quebrados pela violência das pedras da ignorância.

                                 Tudo

                                     que eu

                             quero é aprender a misericórdia

                          e banhar-me às águas tranquilas da humildade,

                                           chorar, quem sabe, com os que choram

                           e sentir-me feliz com o sorriso alheio…

                                   tudo que eu quero é o tempo vivido e aproveitado

                                  com coisas de alma e sentimento

                         a semente que germina calada,

                                           o rio que corre incontrolável,

                                  a chuva, e o sol e a brisa…

                             tudo que eu quero é abraçar a humanidade

                                           e derrubar barreiras – tantas levantadas –

                            voar a espaços sem termo e conhecer infinitos rumos

                                      desacreditados e estar solto e leve…

                                               tudo que eu quero é o tempo presente

                                  pleno na vida presente e não desconfiar

                                               nem tecer planos

                                            que me conduzam a prisões

                                              irreparáveis

                                                         da existência.

Com aquela caneca de água à mão, compreendi por que ele dava morada ao sapo à direita da porta, e por que mantinha uma tampinha com açúcar para as grandes formigas pretas e, mais adiante, um vaso com água limpa para os passarinhos se refrescarem.

Certa vez, ele chorou compulsivamente, durante uma semana, a morte do besouro grudado à tinta nova que ele deixou no portal em sua horta. Afinal, cada vida perdida tem mesmo que ser pranteada, pois causa desequilíbrio na ordem das coisas. Compreendi em toda a dimensão o choro do Rav, do meu querido Rav Giam. Porque as mãos de um homem bom foram feitas para abençoar a terra, pois é com mãos e atos de bondade que abençoamos – e não com palavras!

Por isso mesmo, eu ficava ali muitas horas e, ao anoitecer dividia o seu pão comigo para depois ficar diante da sua mesa e caminhar, madrugada adentro, por cada uma das letras da Torá, ouvindo do seu peito a angústia e a ansiedade de Avraham, a solidão de Ytzchak, a força de Ya’akov e a determinação de Moshé rabenu pela liberdade.

E depois, fazia-me ouvir o choro de Yirmiahu pelas ruas de Jerusalém, e descer aos infernos de Yoná, e cantar os Tehilim e construir com os Mishlei e Cohélet, e renovar esperanças com Yeshayahu, e descobrir a beleza singular do amor do homem por uma mulher com os Shir Hashirim.

E nessas tantas madrugadas ouvíamos o barulho dos grilos, dos sapos e dos ventos, no seu jardim feito Éden. E, sobre sua mesa, tantos livros abertos, convertendo sua casa numa singular Beit Midrash onde eu era tocado no espírito e inspirado na alma a um verdadeiro Bar Mitzvá e, por tanta assimilação, a uma T’shuvá.

Mas, às vezes, atrás do Mestre aparecia o homem, o poeta e, escondidos entre seus livros, mantinha seus versos, e na profundidade de cada um deles, a sua própria angústia e ansiedade diante de D’us, a sua própria solidão, e força, e fraqueza a sua própria determinação pela liberdade e os seus  pés estrepados, o seu próprio choro e seu próprio grito. O seu próprio inferno, o seu antigo casaco cobrindo as mãos nos tempos de opressão e guerra, o seu próprio amor perdido no passo delicado de uma bailarina espanhola, em algum palco e, sobretudo, a sua própria humanidade!

Porque, segundo Rav Giam, para isto fomos feitos, ou seja, para salvar larvas e nelas, as borboletas, esperando em suas asas encontrar os olhos da mulher amada.

Fomos feitos para estudar a Torá, e esconder entre as páginas sagradas as folhas que ninguém compreende do amor simplesmente humano. Esperando encontrar alguma Dalila, alguma Betsabá, alguma Rainha do Sul, que nos arrebatam no seu encanto, que nos ensinem a amar e nos façam sofrer para, depois, nos fazerem remover colunas, vencer guerras e amar em outras mil oportunidades, procurando atrás de cada coluna, em cada palácio, e em cada dança de uma hebreia o rosto único, o perfume único e a dança única da mulher amada, venha ela de onde vier.

Por isso, a um só tempo, somos tão frágeis e tão fortes. Por isso, nosso jardim é, a um só tempo, Éden e Kaos. Por isso vivemos com um dos pés no leite, no mel, no pão e no vinho da terra prometida, e o outro nos tecidos finíssimos do Egito. 

E transformamos, tantas vezes, nosso Talit, o manto das Mitzvôt, em própria mortalha. Porque somos humanos, a despeito de toda maldade e de toda violência e de tantos obstáculos nestes quatro mil anos, continuamos plenamente humanos. E, como humanos, nos reerguemos, sempre, em nossa Bimá, porque ali se faz iluminar a Torá C’haim.

E é o humano que compreende e salva os cães, os gatos, os pombos, as formigas, os sapos e tudo. Porque queremos descobrir em cada um a amizade e o afeto que humanamente nos falta.

                                                Nas

                                               fachadas

                                    dos prédios

              nas pessoas e nos carros, nas coisas de uso comum,

              na linguagem usual  e na linguagem técnica

                      e na linguagem culta e no verso feito,

                 no peito que aparece no decote, na prece, no dote e no jeito,

                              no olho e no molho que cai sobre o prato

                   e o fato de primeira página que cai no olhar

                molhar dos dedos e os enredos de qualquer carne

                             que se quer sempre e o caminhar, o vestir  e o despir,

                  o par ao parar na ponte e a fronte que se ergue

                             antes que se envergue o altivo

                      cativo falante e a amante que se engraça,

                            a massa humana que divaga

                                              de semana em semana na vaga:

                       tudo parece buscar aparência

                tudo se move em torno do que parece e não há essência

                                 e há ausência de vida

                                              e não há vida

                                                      (e  n ã o  à  vida)

                                                                um não

                                                                        à essência!

Pietro Nardella-Dellova: HaZahen e a Caneca dágua in A Morte do Poeta nos Penhascos e Outros Monólogos. São Paulo: Editora Scortecci, 2009, pp. 46 e segs.

To the son in the Piccola Caffetteria (Pietro Nardella-Dellova)

To the son in the Piccola Caffetteria (Pietro Nardella-Dellova)

The following day, we arrived very early in the outskirts of the Province of Napoli, very close to our ancient Jewish Quarter and the old Synagogue-School (Ah, the Synagogue-School!). We entered, and my son looked at those buildings, some ancient, others modern, with flowers in the windows illuminated by the morning sun. There was already some movement in the streets, and his eyes were wide with amazement at having arrived there. We left the car in a certain place and began to walk along Corso Appio Claudio and Piazza della Repubblica. My son looked all around, at those terraces with clothes hanging high, like open-air cellars; when we crossed Via Giambattista Vico, my son stopped, moved, and said to me:

— Babbino, I am smelling the exact same scent of my grandfather in this place — what nostalgia!

I embraced him without saying a word, and we went to a bar near the Baronial Castle, because that moment demanded another coffee in LA PICCOLA CAFFETTERIA; and at the tables on the sidewalk, letting the fragile sun rest on our faces, for it was very cold, we ordered our macchiato.

My son has an open expression: if he is displeased, you can see it on his face; when he is happy, his green eyes shine, his skin brightens, and a smile is stamped across his face! He had vivid eyes, an illuminated face, a strikingly stamped smile, and his coffee in hand, as he looked deeply at me and intoned ‘O Paese d’ ‘o Sole. I placed my coffee on the table and put my hand on his shoulder:

— Here, son, from the seeds we planted, I have received flowers, trees, and fruits! However, the greatest joy is having planted them, because life belongs to simplicity and is worth more, far more, than existence. Life is Poetry and music, journey, encounter, plains, air. Existence is poem and noise, road, distance, labyrinth, suffocating gases. And the violence committed against one being, any being, is committed against all and against the Eternal!

Love is truly sowing acts of kindness! Wisdom is never calling them seeds! And the heart is the universe where life is privileged with Shalom. There are no cries, deaths, violations there — only music, serenity, loyalty, affection, gentleness! If I fail, son, it does not matter. Make your heart a place of good earth and let there be flowers, of all kinds that can be found, of various scents and colors. But do not die among them! Make delineated paths, with stones that endure, and scatter many signs, large signs, immense, expressive signs, in every corner:

NO KILLING HERE!

Wide paths for people, because, after all, a garden does not exist without people. And do not be displeased if they create pathways between the flowers, of mere trodden earth, to go, come, and be, because this is the life of the human being, opening pathways — but not destroying the garden. Do not wish for more than this! The butterflies and the angels belong to the Eternal.

Turn life into a house, but do not use disposable material. It must endure and generate nostalgia, leave memories, strike deep roots, and bear fruit. Open windows in all directions and raise a high roof that follows the ceiling, so as to have enough air and music diffused like human unction and blessing.

In the house, son, keep few Things — more people. No business and many encounters. Among Things, prefer those that are simple, rustic, and durable. Among people, those who are fully human. And, among them, women, especially those who smell of Poetry and can be called a “blessing of God,” since their senses are more developed than in other beings, their scent is more pleasant, and when they open their mouths, they lead poets toward all worlds.

Do not forget coffee: it is vital. Prepared, never by maids, in cloth filters; and served, never to the hurried, in enameled iron cups. Everything must be deeply lived and seen, smelled, tasted, heard, spoken, and understood — never tomorrow! For this reason, your house must be the gathering of good people, heart and music, much music! And Poetry, much Poetry!

Leave outside the one who commodifies and makes a madhouse of the world, a desert of the forest, a chemical sewer of the river, a slave of the human, an idol of a Rabbi, a market of sacred places. Leave outside the one who tramps on ants, the one who fishes for sport, the one who keeps a dog on a chain and does not remove its ticks, the one who shoots birds; above all, those who kill small birds or display them in a cage — with them, not even a greeting! Leave outside the one who curses children (especially in the womb), despises the elderly (including those in nursing homes), and calls themselves a spontaneous generation.

Leave outside the one who loves the hamburger and the necrophage — who photographs and films too much, incessantly and desperately; the one who sits at the table as if before a trough; the one who loves slander and lashon hara; the one who loves the cell phone and internet nights; the one who loves cars and money; the necrophile who loves porn videos and, above all, pedophiles, even virtual ones.

In fact, leave outside the one who loves any things and despises the human and the Eternal; above all, the oppressive, prejudiced, arrogant, corporatist, usurious nightmare, the banker, the landlord, the trafficker, the legalist, the pedophile, the sadist, the mercenary, the imperialist, the Nazi, the Fascist, the antisemite, the terrorist, the torturer, the executioner (and every vampire and parasite); and, furthermore, the cowardly, envious succubus, the voyeur, the masochist, the fanatic, the racist (black or white), the monarchist, the café-au-lait republican, the neo-Fascist, the Hitlerite, the Mussolinian, the militarist, the anti-ethical, the traitor who embraces and laughs that dental laugh, without reason, and does not look you in the eye. The liar, the vile parliamentarian, and every parasite and dregs of humanity.

 And leave outside, also, the one, with or without a ring — anxious, who spies and loves to talk (well or poorly) about the lives of others, whether at a wedding, at a school-family meeting, at a graduation, at a barbecue, at an electoral, charitable, or orgiastic gathering, at a birthday, for Mother’s Day, Father’s Day, at Christmas, on New Year’s Eve, at a pedagogical meeting, or at a funeral; whether at the hairdresser or in Parliament, in the synagogue, in the mosque, in the temple, in a SPA, in a clinic or in the gym, in a condominium or in a shantytown, on a plane, on a bus, in an elevator, on the stairs, at the front gate, at the door or at the window, in corridors and waiting rooms, at the market or at school, in the tavern, at the club, in soap operas, on TV, in newspapers, in magazines, on the Internet, or in a secret order (and every slanderer in any dark and suffocating alley of society).

And leave outside, too, the one who loves flowers — and other unspeakable things — of plastic, hung diplomas, solitary, artificial, virtual, and over-the-phone relationships; the one who sucks the time of others, the life of others, mainly of their own family members; the one who does not pay alimony and the one who turns a beautiful woman into a trinket, a trophy, a slave, or a zombie. Because they speak of a woman as a thing or an inferior being — ah, son, this is the worst! He is so imbecile and useless that he does not believe in the love of pupils, lips, bread, and navel; he does not believe in Poetry, in music, in sweat, intimacy, and communion! And he does not know nor believe that there are multiple feminine flights. For him — who bars the cellar — wine is for business, ostentation, and vanity, and not to anoint the navel and the mouth of a woman. He has never read a single line of the Song of Songs, nor does he know anything about Creation!

So, open your house to poets, musicians, and women-Poetry. Men, only those of a human character, moderate in the Torah and the Nevi’im, because the light is (and will come with them) and they will not create obstacles to your growth before the Eternal. Do you understand? However, do not be merciless; have mercy on the one who ignores heaven, earth, the sea, hell, and paradise; who has never lost sleep, nor counted the stars, nor stopped before the moon, nor abandoned themselves to the breeze; who has never seen angels and demons, has never looked into the void, nor laughed for nothing, nor cried for nothing, nor sworn for nothing; who has never seen a small cottage in the countryside empty and abandoned, nor brought their hands to their mouth before an ancient bed and mirror; who has never possessed the wings of an archangel or an insect to fly over oceans, nor wished to climb any mountain. He ignores the matter of which the soul is formed. Mercy, son! He is tasteless because he has not yet loved nor been loved!

All right, my son, all right, that is not all! For now, rest, and when you are before the Eternal, cover yourself with your Tallit and your Kippah. And when you are with your family, place homemade bread upon your table. Break it with your hands, the same hands that touch the Mezuzah — never with a knife. Pure bread, without injustices! Bread without the freedom of others, nor the hunger, privation, or deprivation of others, nor the nakedness or dignity of others, nor oppression over another’s person, nor the sadness or pain of others. Bread without the body, soul, spirit, and affections of others, nor the blood or life of others. The table must be simple. Your bread, earned by sweat. And your hands, son, righteous!

(Pietro Nardella-Dellova, Al Figlio nella Piccola Caffetteria, in A Morte do Poeta nos Penhascos e Outros Monólogos. São Paulo: Editora Scortecci, 2009, p. 35)

Sefaradi

Sefaradi

Antes de Tel-Aviv
Vamos a Madri!
Antes do Oriente
Pro ocidente logo ali !
Caminha, caminha, caminha…
Contam-se os passos!
Buscam-se oportunidades
Em braços abertos
e punhos cerrados,
Você é cidadão em cada cidade!
Todo país é uma pátria distante,
Ou um lar acolhedor
No coração você leva a saudade!
Nos pensamentos sonhos ligeiros de amor
pro alvorecer do amanhã!
Não há despedidas, apenas novos encontros!
Quem sabe econtre o verdadeiro amor!
Mas você está em busca de Sefaradi!
Do lar com a Estrela de David!