A Fondi, il giovane professore mi ha trovato. Mi cercava da un po’ di tempo – e mi ha trovato, perché camminava in direzione del mondo ebraico.

Proprio per questo, si è riempito di soddisfazione e mi ha parlato del suo desiderio di conoscere l’Ebraismo per trovare D’io, chissà, intravedere un cammino e vincere il male (o il Male, come è più abituato).

Ma, per caso – gli ho chiesto io – ti è mai passato per la mente che HaShem (o D’io, se vuoi) non vuole (e nemmeno può) essere trovato? Per caso, hai mai pensato alla possibilità che l’Ebraismo non sia un cammino né ti dia certezza alcuna su um mondo che não sarà raggiunto? Hai pensato, ancora, che nella formazione ebraica non c’è alcuna preoccupazione per il male o per il bene (o il Male e il Bene, se vuoi) e che não c’è alcuna teologia da apprendere? Ci hai pensato?

Ebbene, nell’Ebraismo non studiamo, non cerchiamo e non vendiamo HaShem.

L’Ebraismo non ha come scopo l’incontro con Lui (o di Lui). Non possiamo dire nulla sul Male ou sul Bene, dato che sono fantasie persiane, greche, medievali, aggravate dai culti africani. Ma ci occupiamo soltanto dei comportamenti buoni o cattivi, delle scelte buone o cattive. Nell’Ebraismo non ci proiettiamo in um mondo futuro e, se futuro sarà (se lo sarà), verrà naturalmente, indipendente e dentro ciò che HaShem possa pretendere.

Non ci sono magie, non ci sono formule né preghiere che possano modificare i tempi, i cicli e la Volontà dell’Eterno!

E così, senza futuro né sorprese, impariamo a guardare le nostre mani, i nostri piedi, i nostri occhi, i nostri orecchi, il nostro corpo, i nostri sentimenti, le nostre conoscenze e tutto ciò che ci arriva per essere realizzato. Insegniamo ai nostri figli che um precipizio è proprio um precipizio (e non um concetto). Insegniamo che um giardino è proprio um giardino (e non una fantasia).

E lasciamo chiaro che, sulla nostra tavola, il pane deve essere giusto, fatto da mani giuste e acquistato con risorse giuste, poiché, quando pronunciamo qualche parola (tra di noi), non lo facciamo per ringraziare (perché i figli non ringraziano i genitori), ma almeno le pronunciamo per benedire HaShem, al fine di essere certi che quel pane non ha altra origine se non quella della giustizia, della bontà e della leggerezza…

Insegniamo, anche, che um nemico è proprio um nemico (un nemico sempre!). E il meglio per noi è che il nemico stia bene, tranquillo, occupato (molto occupato) e che abiti lontano dalle nostre case, lontano davvero! Ma il nemico non è “qualcosa” caduto dal “cielo”, um essere soprannaturale, um ribelle in Bereshit o um ente spirituale con desideri sessuali. Il nemico ha mani e piedi, ha fame e sete, ha vista e olfatto, proprio come noi. Ma lui, il nemico, non ha una tavola né um pane giusti, non ha limiti né conosce principi.

A differenza di noi, quando ha fame, mangia senza misura né criterio. Per questo allunga le mani e avanza i piedi, non curandosi di questo o di quello. E quando vede o percepisce qualcosa, il nemico la vuole per sé, in um incontrollabile desiderio mimetico, travolgente, distruttivo e fatale. Per questo desideriamo sempre che i nostri nemici abbiano tutto, si occupino parecchio e restino molto stanchi, affinché si dimentichino di noi, dei nostri portoni, dei nostri beni, dei nostri figli e delle nostre vite.

Ma noi, che non sappiamo nulla dei loro portoni, dei loro beni e dei loro figli, tuttavia non ci dimentichiamo di loro, mai ci dimentichiamo che sono nemici e vogliamo che stiano bene, e lontano da noi.

Nell’Ebraismo non discutiamo concetti teologici, non difendiamo dogmi religiosi, non cerchiamo fedeli o infedeli, non portiamo nessuno in Sinagoga, non formiamo missionari. Non disprezziamo né approviamo la religione altrui, perché l’Ebraismo è il nostro miglior silenzio, um singolare e rispettoso silenzio. E così, non siamo mai nelle piazze o agli angoli delle strade (e nemmeno sui palchi religiosi). Il palco religioso non è, in effetti, per gli ebrei… Al contrario, siamo impegnati con il nostro sudore, con i nostri libri, con le nostre Sefirôt.

Ma non studiamo l’Eterno e nemmeno pronunciamo il suo Nome! Non chiediamo nulla a Lui, ma, con un profondo e rispettoso sentimento di gratitudine e riverenza, benediciamo il suo Nome tutte le mattine e tutti i pomeriggi e, all’imbrunire, guardiamo i nostri figli, coprendoli teneramente e lanciandoli alla Presenza di HaShem…

Amiamo le Feste, contiamo sulle dita i giorni che mancano alla prossima Festa e cosa dobbiamo fare affinché siano allegre, meravigliose e umane. Le nostre Feste non proiettano nulla di magico verso il futuro né devono essere lette come profezie. Le nostre Feste sono soltanto Feste di memoria, con le quali raccontiamo la nostra storia (ai nostri figli).

Sì, caro mio, con esse raccontiamo la nostra stessa storia; per questo, da millenni, facciamo lo stesso pane dell’amarezza e della schiavitù, e non mangiamo, in quel periodo, alcun lievito, per non dimenticarci che uscire dalla schiavitù è un atto frettoloso, un atto che non permette comfort né riflessione.

Non abbiamo alcuna vergogna di dire, nelle nostre Feste, che siamo stati schiavi! Festeggiamo i nostri raccolti, il nostro momento di costituzione integrale sul Sinai, e festeggiamo i nostri nuovi periodi di lavoro, tanto lavoro, ricordandoci delle cattive azioni, dei cattivi comportamenti in un ciclo completo, delle privazioni, delle capanne (nelle quali abbiamo abitato). Inoltre, ricordiamo i momenti in cui i nostri nemici hanno distrutto i nostri palazzi, i nostri altari e come, rafforzati nei nostri principi, ci siamo liberati di loro, lottando, lottando tanto, con spade, forchette e pietre (reali).

Ricordiamo la nostra condizione in terra straniera e i governi persiani, cattolici o nazisti che hanno cercato di cancellarci dalla storia, e come persone del nostro popolo, in carne e ossa (uomini e donne), abbiano mantenuto i loro propositi chiari, il loro amore incrollabile e, con saggezza, abbiano usato tutto ciò che avevano imparato a casa, con i genitori e i fratelli, per decidere qualcosa, per fare qualcosa e stabilire che non dobbiamo scomparire dalla terra.

I nostri giorni non sono occupati, integralmente e pazzamente, da una frenesia continuata.

No! Noi ci fermiamo, sì; c’è un giorno, deliziosamente speciale, in cui ci fermiamo per mangiare un pane intrecciato, fatto da una donna amabile e soddisfatta di HaShem.

Ci fermiamo per bere il vino, per mangiare frutta, dolci e miele, per cantare con i nostri figli e le nostre figlie e, mano nella mano, danzare, punzecchiando ognuno di loro, facendo loro il solletico, scoppiando a ridere e annusando i loro capelli. Ma non facciamo loro alcun sermone religioso in questo giorno!

Ci fermiamo anche, in questo giorno, per incontrarci con altre persone che amiamo, i nostri amici che, come noi, hanno mangiato il loro pane intrecciato, fatto dalle loro donne amabili e soddisfatte di HaShem, e hanno bevuto il loro vino e mangiato frutta, dolci e miele, che hanno cantato con i loro figli e le loro figlie e, mano nella mano, hanno danzato con loro, e li hanno punzecchiati, e hanno fatto loro il solletico e sono scoppiati a ridere, e hanno annusato i loro capelli senza, tuttavia, fare alcun sermone religioso.

Per questo stesso motivo, quando più persone amiche sono insieme, tutte sanno cos’è il pane intrecciato, il vino, i dolci, il miele, i figli, le figlie, le donne amabili e soddisfatte di HaShem, i sorrisi, le risate. E i motivi, tutti i motivi, per cui non vogliamo lavorare in questo giorno. Quando siamo insieme, disprezziamo discorsi e sermoni religiosi, perché i nostri figli, le donne e gli amici valgono più di discorsi religiosi o preghiere senza fine.

Tuttavia, quando uno dei nostri amici lavora in questo giorno e non possiamo vederlo nei nostri incontri, la cosa non ci irrita né ci incanta.

Infatti, non mandiamo nessuna spia a casa sua, nessun missionario e tanto meno un profeta! Non indaghiamo su nostro fratello né su nostra sorella perché, nell’Ebraismo, ognuno è responsabile di se stesso e, proprio come le lettere dell’alfabeto ebraico, ognuno vale per se stesso, ha il suo peso e la sua misura (che nessuno cerca di conoscere, poiché è la misura indecifrável di ciascuno).

La responsabilità in noi raggiunge livelli di grandezza e profondità, di peso e sostanza, ma è individuale, singolare e intrasferibile. Fin dalla tenera età veniamo istruiti al buon comportamento, educati dall’esempio dei nostri padri e delle nostre madri (sì, nell’Ebraismo conosciamo bene le parole padre e madre!).

Impariamo a fare, a concretizzare, a trasformare un mattone in castello, una pagina in biblioteca e, così, siamo continuamente esercitati all’approfondimento, allo studio e alla ricerca del sapere. Frequentiamo più negozi di libri usati che ristoranti…

Sviluppiamo così, naturalmente, il rispetto per coloro che, eventualmente, sono i nostri maestri, i nostri professori. Tuttavia, essi non sono le nostre guide spirituali, non sono i nostri pastori né ci conducono da nessuna parte.

Sono maestri che ci insegnano la Torah e il Talmud, e che ci incentivano a insegnare la Torah e il Talmud, trasformandoci in maestri e professori che insegnano la Torah e il Talmud… Loro, i maestri, non sono i nostri padroni né i padroni delle nostre case, perché ciò che hanno tra le mani e ci tramandano è talmente prezioso, grandioso ed essenziale che, per questo, esattamente per questo, impariamo che la nostra casa è il nostro giardino, il nostro rifugio e una proiezione di noi stessi.

Impariamo che le nostre case riflettono il nostro amore per Gerusalemme.

Ah, Gerusalemme… Gerusalemme è il nostro centro. E da lì, impariamo a guardare il mondo, l’universo, il kosmos

Lì, specialmente lì, ci ritroviamo come popolo, come esseri umani che hanno vinto la morte, le camere a gas e ogni sorta di malvagità, che hanno superato i dolori e sono rinati! La città di Melech David e di Melech Sh’lomo, la Poesia e la Sapienza mano nella mano!

No, no, caro mio, l’Ebraismo non è solitudine. Siamo calorosamente socievoli. L’Ebraismo è silenzio realizzatore, fuoco che brucia senza discorso, energia che fa e rifà la nostra anima.

Se vuoi camminare con noi, potrai venire. Sì, potrai venire (perché no?).

Ma non pretendere di andare in giro per il mondo cercando di aggiustarlo con l’Ebraismo, né di rivoltarti contro i tuoi vecchi sodali, incriminandoli, sconfiggendoli e causando loro dispiaceri. Non farlo!

Se vuoi, vieni. Ma, se vieni e vivi da ebreo, non ti renderai migliore dei tuoi vecchi compagni, né potrai dire loro alcunché.

Indicherai soltanto te stesso (soltanto te stesso!) con un comportamento unico, proprio, soprattutto se percepirai che il nostro D’io è il tuo D’io e che il nostro Popolo è il tuo Popolo; e, così, non potrai fare – né permettere che si faccia agli altri – ciò che apparirà odioso, ingiusto e indecente a te stesso.

© Pietro Nardella-Dellova.

MOVIMENTO VERSO L’EBRAISMO

in A Morte do Poeta e Outros Monólogos. São Paulo: Editora Scortecci, 2009, p. 150.