Il Poeta era lì, forestiero napoletano, a guardare la polvere di foreste amazoniche tritate dalla brama. Dunque, lei è arrivata, irrompendo nei corridoi, frettolosamente, scagliando le scarpe, alte e nere, oltre il portone.

Quelle scarpe lanciate a terra hanno ruggito una voce concentrata, come se fosse possibile udire per loro tramite la voce musicale distante, intensa. Perché ci sono donne che usano i piedi per danzare; altre, invece, li usano prima per gemere e poi per liberarsi — per il salto che le strappi al collante asfaltico e per l’impulso che abbatta pareti e barriere.

 

Chi si toglie le scarpe cerca la leggerezza e il conforto di un atto libertario: cerca il mare, la brezza, lo stato di comunione, la poesia, quegli occhi che vedano, lo spazio, il vento, la tempesta, il tocco delle mani fatto scultura rinascimentale.

In un punto qualunque dei piedi femminili inizia il cammino verso il paradiso!

 

Lei, allora, ora scopertasi donna e persona, si è tolta le scarpe e le ha tenute lì, gettate, come simbolo di resistenza e scherno, traguardo di liberazione, disegno melodico, espressione d’intelligenza, invito al pieno incontro dialogico. Quella donna si è tolta le scarpe in cerca della pelle, dei pori e del corpo; in cerca dell’anima che transita per le vene, della vita che organizza i muscoli e rapisce il seno, in cerca della luce che scintilla sulle labbra e fa dilatare le pupille.

 

Quella donna si è tolta le scarpe perché le ali non erano sulla sua schiena, ma nei piedi. E ha cercato ali nei suoi piedi, ali che la portassero verso le capanne alpine, da dove era giunto il Poeta, per bere dalla mano della Poesia o, chissà, più vicino, a portata di un dito, tra le vie e le locande andine o, semplicemente, per il rischio di un verso possibile nell’incontro di persone e di esseri soltanto.

 

E ora quella donna, questa donna, così vicina ormai, con i piedi sciolti, le scarpe gettate, pesterebbe l’uva con intensità, cantando e danzando per tutta la notte. Solleverebbe le vesti per pestare l’uva ancora più a fondo e, all’alba, lancerebbe altra uva nel palmento, continuando a cantare allegramente con le vesti rialzate, immersa nel vino e nella poesia, poesia trovata sulla strada, nel corridoio, sul portone e in quei piedi, ormai, liberi.

 

© Pietro Nardella-Dellova “Scarpe di donna oppure, perché è necessario danzare”, Manhattan, 2010

 

picture: Sapho